Policentrismo, tra Geografia, Reti e Pianificazione del Territorio

Francesco Karrer 11/03/2018 1863

Nella interpretazione dei fenomeni insediativi, cosa nota ed anche quasi ovvia, è fondamentale la distanza dalla quale questi si guardano. Se è grande, la figura della città nasconderà sempre la sua vera forma: città policentriche e città lineari (prevalentemente) appariranno come città monocentriche.

FRANCESCO KARRER.jpgPer meglio spiegare perché ciò accade, facciamo l’esempio di Roma.

Città policentrica e nella stesso tempo monocentrica.

Il suo centro è frutto della fusione di più centri, per mezzo della realizzazione di vie di collegamento con pendenze a volte ben poco rispettose dell’orografia. Tanta era la volontà di integrare i diversi poli che si è molto forzata la orografia naturale.

Lo strumento con il quale ciò fu fatto è il famoso piano urbanistico voluto da papa Sisto V. 

Vista a grande distanza la città di Roma è quella di una città monocentrica espansa a “macchia d’olio”. Man mano che la distanza si riduce appare la sua vera forma, storicamente – nel cuore – policentrica.

Connettere, Unire 

Connettere, diremmo oggi. Unire, avrà pensato Il lungimirante papa, nell’intento di realizzare un’area urbana più grande ed unica. Quindi un mercato economico più grande, della forza lavoro e dei servizi oltre che per la popolazione e i luoghi di produzione. Aumentando le opportunità e il peso di Roma nel territorio locale e quello più vasto.

Il piano di Sisto V, nell’ampliare e unificare la città, manteneva vivi i caratteri dei diversi poli per quanto riguarda la loro caratterizzazione funzionale: all’unificazione fisica si aggiungeva la integrazione e complementarietà funzionale degli originali poli urbani. 

Questa è l’essenza profonda del policentrismo: complementarietà ed integrazione funzionale. Ed ovviamente fisica. Oggi potremmo anche ridimensionare l’importanza della dimensione fisica, grazie alle tecnologie della comunicazione a distanza. Ma non della connessione.

Nella pianificazione territoriale a base economica, in luogo di connesso ed integrato abbiamo utilizzato anche la nozione di “policentrismo ammagliato”, proprio per esaltare l’importanza della connessione.

Nella nozione è implicita la volontà, come ai tempi del piano di Sisto V per Roma, di integrare poli. Quindi di un policentrismo voluto e non subíto per effetto della storia dell’urbanizzazione. Allo scopo di contenere sia il peso gerarchico di un polo rispetto agli altri e quindi la sua ulteriore crescita.

È così che entra in gioco un’altra fattore: quello dell’equilibrio dinamico.

L'equilibrio dinamico delle Città 

Con l’espressione “policentrismo ammagliato” - utilizzata soprattutto nella pianificazione territoriale in Francia -  si voleva enfatizzare l’obiettivo della integrazione tra i poli, aumentandone il grado di connessione. E, nello stesso tempo, contenere l’inevitabile divario tra i poli del policentrismo non pianificato, in quanto a popolazione, sviluppo dell’economia, dotazioni territoriali, ecc.; in definitiva, capacità di attrazione e quindi del livello di competitività.

La connessione tra i poli, più è elevata e più un sistema policentrico viene trasformato in una “rete”, costituita da aste e nodi, intorno ai quali si sviluppano insediamenti urbani e si localizzano attrezzature.

Entra in campo la teoria delle reti, da alcuni esaltata fino a darle rilievo di scienza: la “resotica”. Il riferimento obbligato è ai lavori di Gabriel Dupuy[1] e alla rivista “Flux”[2]

L’ammagliamento serve per ridurre uno dei difetti fondamentali del policentrismo spontaneo: la gerarchizzazione tra i poli, con il rischio di compromettere la solidarietà intercomunale e più in generale la coesione territoriale.

Cosa si deve apprendere dal tentativo di politica territoriale con base l’ammagliamento fatto dalla Francia?

Che per rendere attrattivo e competitivo un sistema urbano, questo deve avere una popolazione insediata piuttosto elevata. Condizione non facile da realizzare città per città. Unica possibilità, integrare i poli urbani, in modo da ampliare il territorio interessato, i mercati di consumo e del lavoro. Sul lato del governo del territorio policentrico, fare una politica comune e possibilmente anche un “government” unico.

L'esempio di Parigi, anzi della Grand Paris

Esempio illuminante quanto si cerca di fare con Grand Paris in materia di abitazioni, ambiente, attività produttive, infrastrutture e trasporti oltre che di mercati, del lavoro e immobiliare su tutti: una nuova Parigi di quasi 6,5 milioni di abitanti, connessa dalle reti attuali e con un secondo anello ferroviario di 140 Km, previsto al 2025. Che ha comportato il ridisegno della rete dei dipartimenti dell’Ile-de-France, con frazionamenti e accorpamenti non indolori sul piano politico.

Visto l’esito del referendum costituzionale del 2016 e la conseguente “resurrezione” delle province questo insegnamento dovrebbe guidarci nella inevitabile riscrittura della “legge Delrio”: più territorio reale e programmatico e meno astrattezze istituzionali tipo l’”area vasta”, incredibilmente concepita senza un governo,  appunto istituita  dalla “legge Delrio”! Conseguenza dell’equivoco ricorrente in Italia tra “government” e “governance”. Senza il primo non esiste, ovunque, neanche, la seconda.


[1] G.Dupuy, Systemes, relax et territori, Presses de l’Ecole Nationale des Ponts et Chaussees, 1985.

[2] Flux. Cahiers Scientiphique Internationaux Resaux et Territoires (distribuito da CAIRN.INFO); Les resaux, Eric Letonturier, Les Essentiels d’Hermés, CNRS Editions, 2012 (le reti viste da più specialisti).