Stili di Vita Utile, livelli di colesterolo e manutenzione delle strutture in c.a: libere riflessioni

Luigi Coppola - Professore di Materiali Edili e Materiali per il Restauro – Dipartimento di Ingegneria e Scienze Applicate (DISA) – Università degli studi di Bergamo 03/10/2018 3302

Il colesterolo e le strutture in calcestruzzo armato

Cosa accadrebbe se l’esame del sangue evidenziasse un livello di colesterolo ben al di sopra di quello massimo consentito (200 mg/dL) come conseguenza di uno stile di vita non proprio salutare basato su una dieta molto ricca di grassi e su una particolare sedentarietà? 

L’ approccio alla risoluzione del problema potrebbe essere diverso:

A) Andare in farmacia e comprare un integratore alimentare a base di Barberis Aristata e Riso Rosso oppure al supermercato e fare incetta di bevande a base di steroidi vegetali e continuare in pantagruelici pranzi a base di salumi e formaggi, oppure

B) Cambiare stile di vita con una dieta ricca di verdure e frutta che privilegi le proteine vegetali a quelle animali, limitando l’uso di bevande ricche di zucchero e quelle a base alcolica, associando una costante attività fisica giornaliera al fine di ridurre e controllare la propria massa corporea.

E’ inutile sottolineare come il ricorso all’approccio A – fatti i dovuti scongiuri e gesti scaramantici – espone al rischio che un problema (quello del livello di colesterolo alto), di facile risoluzione se opportunamente affrontato, (non di certo con i sistemi palliativi degli integratori alimentari) nel tempo possa portare a più gravi e serie malattie dell’apparato cardiocircolatorio che potrebbero portare alla morte. 

Orbene, cosa c’azzecca (avrebbe detto il giudice Antonio Di Pietro) il colesterolo con le strutture in calcestruzzo armato?

degrado della pila del ponte morandiMi riferisco al fatto che queste strutture – ed in particolare quelle realizzate principalmente negli anni ’60 e ’70, allorquando le conoscenze sui potenziali attacchi degradanti promossi dall’ambiente erano ancora poco conosciuti – trascorsi alcuni anni dalla loro costruzione, all’”esame ematico” (in occasione di sopralluoghi) hanno evidenziato livelli di colesterolo superiori alla norma e concretizzatisi attraverso corrosione dei ferri ed espulsione di calcestruzzo determinati dall’azione dell’anidride carbonica dell’aria, dell’ambiente marino o dall’azione dei sali disgelanti cosparsi sulle sedi stradali e dalla concomitante azione dei cicli di gelo-disgelo per quelle strutture che in Appennino e sulle Alpi sono situate ad altitudini dove questi cicli sono molto frequenti.

Anche per le strutture in cemento armato come per le persone il problema dell’”eccesso di colesterolo” può essere affrontato in due diversi modi:

A) Un approccio basato sull’impiego di palliativi che non risolvono alla radice il problema e rappresentato da “vernicette colorate” applicate senza rimuovere la ruggine sui ferri di armatura e da inutili patchwork per la ricostruzione momentanea del copriferro ammalorato, oppure;

B) Un approccio sistematico che non mira alla semplice risoluzione del danno visibile e macroscopico, ma finalizzato all’eliminazione delle cause responsabili dei difetti e che si basa sull’analisi dei sistemi di smaltimento delle acque, della valutazione della resistenza del calcestruzzo in opera, della eventuale perdita di sezione dell’armatura resistente, degli spessori effettivi di copriferro e, quindi, della vita residua dell’opera.

Inutile sottolineare, come l’adozione dell’approccio di tipo A presenta non pochi apparenti vantaggi: facilità di esecuzione, bassi investimenti economici, ma espone la struttura – al pari della nostra salute – a malattie ancor più gravi e forse non più curabili. L’approccio B – l’unico efficace – comporta un’analisi approfondita delle cause, un’attenta disamina di come progettare l’intervento di manutenzione e, conseguentemente, l’impiego di risorse economiche non trascurabili, ma necessarie se si vuole evitare che il paziente venga visitato sul letto di morte. 

Per la verità ho dimenticato di citare che la salute di una persona dipende in misura importante – oltre che dagli stili di vita – anche dalla familiarità (dal DNA). Quindi, una persona pur adottando stili di vita virtuosi è comunque esposto al rischio di malattie se, purtroppo, il suo DNA agisce sfavorevolmente in tal senso.

Per le strutture in calcestruzzo, tuttavia, è possibile realizzare operazioni di “modificazioni della genetica” (di modifica del DNA) che, unitamente all’adozione di “stili di vita virtuosi”, consentono di arrivare alla fine del ciclo di vita con una qualità eccellente permettendo oltretutto – in un’ottica di economia circolare – di effettuare una “donazione di organi” riciclando completamente i materiali utilizzati per la realizzazione. In sostanza, per le strutture in calcestruzzo esiste una terza via per prevenire il problema del colesterolo e l’insorgenza di gravi malattie. In altre parole, per far si che i problemi si presentino alla scadenza della vita utile. Per una struttura in calcestruzzo armato questo significa adottare comportamenti virtuosi fin dalla sua “nascita” e consistenti in una manipolazione genetica del DNA della struttura ottenuta:

  • con un progetto basato sui concetti di sicurezza strutturale e di resilienza;
  • mediante una corretta scelta del calcestruzzo in relazione alle esigenze strutturali e di durabilità;
  • con una scelta del materiale non esclusivamente basata sul criterio della resistenza a compressione, ma che, a dipendenza del tipo di struttura, tenga conto dell’aderenza, della resistenza a trazione, delle deformazioni lente, del calore di idratazione, etc. 
  • mediante un’attenta progettazione dei particolari costruttivi finalizzati alla corretta raccolta e smaltimento delle acque;
  • una oculata realizzazione dell’opera che ponga la dovuta attenzione alle operazioni di posa, compattazione e maturazione umida;
  • la corretta scelta degli spessori del copriferro;
  • l’eventuale adozione di rivestimenti protettivi superficiali laddove il rischio di aggressione è particolarmente elevato.

Questo modo di operare consente di ottenere una “struttura geneticamente modificata” che possiede scarsa familiarità con malattie cardiovascolari o tumorali cui associando comportamenti virtuosi di manutenzione programmata finalizzati a valutare l’eventuale insorgenza di possibili indicatori di malattia possa raggiungere la scadenza della vita utile con una qualità di vita invidiabile.