Nuova o Antica Industrializzazione Edilizia? Cultura Architettonica e Paradigmi Industriali

Quale relazione intercorre tra la cultura architettonica e cultura industriale?

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Nel 2020 ricorrerà il trentesimo anniversario della scomparsa di mio padre, Giuseppe Ciribini. Lo scorso anno erano sessanta anni da che Marzorati dava alle stampe Architettura e Industria, il classico studio il cui dorso, stanti quelli gli anni del suo insegnamento alla Hochschule für Gestaltung, era iconicamente riprodotto, assieme a quelli degli altri maestri, all’interno della celebre mostra commemorativa che si tenne lustri or sono presso la Stadthaus di Richard Meier, giusto di fronte alla famosa cattedrale della cittadina del Baden-Württemberg che diede i natali ad Albert Einstein.

Non è il caso qui di rimandare all’analisi complessiva della sua opera, che ben fece Daniela Bosia curandone, nel 2013, anno del centesimo anniversario della nascita, un regesto dei principali scritti per Franco Angeli.

In quell’occasione, durante la commemorazione relativa tenutasi al Politecnico di Torino, che è stato l’ateneo elettivo della nostra famiglia, ebbi a ricordare, i tratti che feci, da laureato (in Architettura) di fresca data e dottorando novizio, dello sforzo di curatela post mortem della sua ultima opera collettiva pubblicata nel 1992 da Carocci (Tecnologie dell’Architettura) che, successivamente, con Edoardo Benvenuto, commentammo sulla Casabella di Vittorio Gregotti.

Di là della memorialistica personale, su cui mi è capitato di indulgere in altre occasioni, specialmente a proposito dell’intimo legame nei confronti dell’architettura nutrito, come ingegnere del Regio Politecnico di Milano, da mio padre (si veda lo spettro amplissimo dei rapporti che da Pagano giungono a Gabetti, attraverso, tra gli altri, Albini, Libera e Rogers), è proprio la relazione che intercorre tra la cultura architettonica e quella industriale che mi colpisce particolarmente, allorché essa sembra ritornare prepotentemente in auge.

Si tratta di un fenomeno su cui mi sono soffermato in passato più volte, esemplarmente trattato nel celebre catalogo della mostra parigina del 1983 che il Centre Georges Pompidou volle intitolare Architecture et industrie. Passé et avenir d'un mariage de raison, a cui pure mio padre contribuì. Rammento bene, da diciottenne matricola universitaria, la stesura di quel contributo.

Mi pare attualissimo, infatti, il richiamo, diversamente interpretabile, al fatto che la cultura architettonica abbia sempre avuto una attitudine contrastata con quella industriale: da Martin Wagner, più ancora che da Walter Gropius, in poi.

Se, per un canto, infatti, i richiami alla serialità e alla unificazione risuonano oggi come profondamente inattuali, nel senso che la manifattura attualmente ha tradotto la serie nel pezzo unico e la normalizzazione in singolarità, per un altro verso, l’essenza industriale, intesa come razionalità e sistemicità dei processi rimane l’elemento maggiormente connotante.

Quali differenze tra la Quarta Rivoluzione Industriale e le sue precedenti?

Sorge, dunque, spontaneo l’interrogativo relativo a che cosa differisca davvero la Quarta Rivoluzione Industriale dalla precedente, o dalle precedenti, poiché la locuzione «4.0», in italiano, continua a risuonare attraverso i termini Prefabbricazione e Industrializzazione, per quanto rivestiti dalle auree della circolarità, della digitalizzazione e della sostenibilità: tre parole che al termine degli Anni Cinquanta erano certamente sconosciute.

Analogamente, si assiste oggi a una identificazione massiva della Nuova Industrializzazione Edilizia con i sistemi costruttivi in legno, che, peraltro, avevano costituito l’ossatura del mercato ottocentesco della costruzione negli Stati Uniti e che avevano visto protagonista, in Europa, negli Anni Trenta del secolo scorso, Konrad Wachsmann, di cui, appunto, mio padre rilevò l’insegnamento a Ulm.

Per parafrasare colui che progettò e realizzò la casa di Albert Einstein sul Wannsee, stiamo oggi davvero assistendo a una nuova «svolta nelle costruzioni», all’insegna di locuzioni come Modern Methods of Construction oppure Off Site Manufacturing?

Ciò che si cerca di definire Constructuring, vale a dire una crasi tra Construction e Manufacturing, rappresenta ormai l’essenza stessa di tutti i manifesti che inneggiano al «modulare» e al «volumetrico» (il tridimensionale).

La progettazione generativa, collaborativa e integrata, emerge come la riedizione della antica progettazione integrale, l’ingegneria dei sistemi riappare improvvisamente, associata alla Data Science, quale «sistema di sistemi», Von Bertalanffy a lato di Turing.

L’antica metaprogettazione, tra briefing e information requirements, sembra ridonare alla committenza, la vecchia «tecnostruttura», il ruolo di guida e di governo del processo.

Tutto l’impalcato esigenziale e prestazionale sembra, parimenti, rafforzarsi, avendo avuto l’origine nei Gloriosi Trenta.

Industrializzazione edilizia: si assiste a un ritorno dei temi di un tempo?

Ritengo che non si tratti di peccare di reminiscenze nostalgiche allorché, con un certo stupore, si constata il ritorno dei temi di un tempo, nel senso che di essi occorre capire se la nuova versione appaia più convincente.

Sergio Poretti aveva, anni or sono, inquadrato in una prospettiva di prudente innovazione incrementale l’evoluzione organizzativa e tecnologica nell’edilizia, dipingendo i tentativi di industrializzazione come una parentesi isolata, per certi versi autoreferenziale, di scarsa incidenza sulla «lunga durata» delle prassi del settore.

La crisi strutturale della nuova costruzione, tra residenziale e non residenziale, che ha caratterizzato l’ultimo decennio, attraverso le politiche di riqualificazione edilizia, di efficientamento energetico, più recentemente anche di miglioramento sismico, si propone, di primo acchito, come antitetica alla prima, oltre che come provvidenziale per contenere il ridimensionamento del mercato, ma, a ben vedere, ne ha perpetuato i tratti attinenti alla micro e alla piccola committenza, professionalità e imprenditorialità.

L’intervento sul costruito, che a vecchie e nuove serialità è oppositivo, è, negli auspici di molti, però, da intendere sempre più come sostituzione edilizia: la metafora organicista della rigenerazione urbana non è affatto conservativa, al massimo potrebbe essere parzialmente additiva.

Improvvisamente, le «virtù» di quel comparto, tra insufficiente produttività, scarsa digitalizzazione, degradi patologici, vetustà organizzativa, risulta talmente desueto da proporre l’alternativa tra «modernizzare» e «scomparire».

Al contempo, ritornano alla memoria le parole di Enzo Paci a proposito della «istanza tecnicista del processo di industrializzazione edilizia».

Cosa significa modernizzazione dei processi manifatturieri?

Occorre, perciò, chiedersi che cosa significhi, in definitiva, la modernizzazione: di primo acchito, vorrebbe probabilmente dire adottare tout court i processi manifatturieri, i soli che permetterebbero di conseguire gli obiettivi poc’anzi enunciati.

Essi, tuttavia, consistono in due elementi distinti: il primo è sicuramente dato dalla automazione dei processi produttivi, mentre il secondo è dovuto alla riconfigurazione della catena del valore.

Si tratta, però, degli elementi già presenti, in qualità della meccanizzazione e della razionalizzazione, nel dibattito precedente.

I primi studi, ad esempio, di mio padre sui dispositivi di meccanizzazione delle lavorazioni risalgono ai tardi Anni Quaranta, per concludersi con l’interesse per i sistemi versatili di produzione manifatturiera svolti dagli Ingegneri Meccanici al Politecnico di Torino e, in parte, applicati, su suo suggerimento, dai produttori di serramenti metallici con il CAD-CAM.

Non dimentichiamo che qualcuno, frettolosamente, imputò a mio padre l’introduzione dei brevetti francesi nel Nostro Paese, attribuendogli una inesistente veste tecnocratica.

Pier Paolo Peruccio, nel suo studio dedicato a Gustavo Colonnetti ha, poi, delineato contesti più appropriati ai tentativi di introdurre la cultura industriale entro lo sforzo, ad esempio, politicamente sostenuto da Ripamonti, di fare dell’AIRE l’interlocutore del CSTB francese.

Ma sono i secondi, tuttavia, a essere i più influenti, perché giungono alla radice della rivisitazione della catena di fornitura, ove, per molti soggetti, il modernizzarsi equivarrebbe alla conseguenza del perire.

In merito alla automazione e alla robotizzazione è possibile, almeno parzialmente, che esse si diffondano maggiormente presso i produttori dell’indotto (molti dei quali già ora ne dispongono in qualche modo), così come la sensorizzazione sta divenendo prioritaria per i macchinari, le attrezzature, i dispositivi, i componenti in cantiere.

Senza giungere, nella maggior parte dei casi, allo scenario del cantiere disumanizzato, è possibile che ciò che è accaduto per la meccanizzazione avvenga per l’automazione.

È, però, relativamente alle catene di fornitura che la tendenza odierna tende a indagare disperatamente ove il disvalore si annidi.

La Prefabbricazione, che è termine meno affascinante di Off Site Manufacturing, giustificabile a causa della progressiva carenza di manodopera qualificata in cantiere, è, comunque, trattata come Design for Manufacturing & Assembly.

Il che, esattamente come allora, partendo dagli studi sulla normalizzazione dei codici di rappresentazione degli oggetti e di unificazione delle informazioni, potrebbe risolversi in una relativa prevalenza della produzione fuori opera, ma introdurrebbe il dominio di una logica progettuale che integra le ragioni ideative con quelle esecutive.

Sennonché, questa razionalità cerca inevitabilmente di ridurre il numero di transazioni, di assicurare la completa coerenza della concezione alle esigenze della produzione, della logistica e dell’assemblaggio.

Soprattutto, essa rovescia una certa attitudine alla regia dell’impresa di costruzioni nella misura in cui riduce a unità il processo decisionale, dall’approvvigionamento delle materie prime alla gestione dell’edificio assemblato.

L’accorciamento drastico della catena di fornitura è assolutamente basilare e la digitalizzazione ne diviene il fattore abilitante: sono pur sempre argomenti praticati nel passato con modesto esito.

L’Industrializzazione, dunque, non ha obbligatoriamente automazione e robotica al centro,  bensì prevede il dominio di una logica che espelle le entità non necessarie, di cui non si possa fare a meno, supportando anche la diffusione di semi-automatismi nei processi decisionali.

Per questa ragione, nozioni quali cloud o piattaforma celano l’intenzione di fare a meno, di rendere poco necessarie, molte entità che, al contrario, incidono fortemente sui processi dell’innovazione incrementale lenta di cui parlava Gérard Blachère.

La sensazione, insomma, è che, a iniziare, dalla ripetitività ossessiva delle forme e degli spazi, che questa Nuova Industrializzazione Edilizia possa avere maggiori chance di successo, cavalcando gli ideali di unicità che, in fondo, connotavano il «tradizionale evoluto» e che persino i «sistemi aperti» possano combinatorialmente prendersi la rivincita.

Dobbiamo, però, chiederci quanto sconvolgente possa essere il ripensamento delle catene, tanto più in un contesto in cui i valori di livelli prestazionali dichiarati convenzionalmente saranno misurabili puntualmente in tempo reale e resi immodificabili.

I prodotti e i componenti della Prima Industrializzazione Edilizia non possedevano queste caratteristiche, potevano permettere approcci «ideologici».

È proprio la «singola fonte di verità» che denota il tempo presente, tanto più che questa verità è prestazionalmente assai più variegata e, soprattutto, confonde processo, prodotto e servizio.

Si è affermato più volte che, a seguito della crisi strutturale del settore, gli operatori siano divenuti disorientati, vale a dire, siano divenuti privi dei riferimenti tradizionali.

Il punto è che a ciò si associa la confusione, nel senso che i soggetti, le fasi e i contenuti si ibridano.

Come ho sottolineato più volte, la confusione si deve a un salto di scala nella natura del cespite: il venire meno di una accezione sostanzialmente passiva, «immobile», del bene, l’accentuarsi delle sue interazioni con l’utente (che passano attraverso le neuroscienze oltre che l’interconnessione) non è effettivamente un aspetto ricorrente del passato.

È pur vero che, di là di visioni profetiche (mio padre ne offrì una in un editoriale di Prefabbricare. Edilizia in Evoluzione negli Anni Settanta), paradossalmente ciò che invera l’edificio cognitivo e responsivo è la strumentazione dell’umanesimo di cui gli architetti si sono sempre eretti a maggiori interpreti.

Porre l’occupante al centro della progettazione significa, però, in qualche modo, marginalizzare aspetti consolidati (di deresponsabilizzazione intorno alla fruibilità dei beni) e innescare interrogativi sulle «forme evolutive e soggettive» che tali cespiti dovranno assumere.

Il titolo del corso che mia madre teneva negli Anni Settanta al Politecnico di Torino, Unificazione Edilizia e Prefabbricazione, era forse ancora ammantato di un «modernità» già intrisa, agli occhi della cultura architettonica, della autoreferenzialità di cui parlava Sergio Poretti, ben diversa dal valore di novità che, in precedenza, spingeva Samonà a chiedere a mio padre di tenere un corso allo IUAV.

D’altra parte, anche se la razionalità rossiana rimarrà sempre estranea al pensiero tecnologico, esplicitato nei cuore mostra del SAIE, non solo di mio padre, le frequentazioni rogersiane ben dimostrano quanto umanistiche fossero le radici di entrambe.

Molto bene recentemente Marco Biraghi ha evidenziato la figura intellettuale dell’architetto italiano nel suo saggio per Einaudi, già osservata da Jean-Louis Cohen.

Carlo Olmo, peraltro, rimarcava l’interpretazione letteraria della questione tecnologica da parte della cultura architettonica italiana.

Sarà, tuttavia, nella sfera del post-industrialesimo, più che del post-modernismo, che inizierà un processo di revisione ben chiaro nel saggio di mia madre, con Antonio Petrillo, dedicato alla «regola» e al «comportamento» per i tipi di Franco Angeli.

Anche la Ristrutturazione Edilizia, scritta a quattro mani con Adriana Baglioni per Hoepli, poi tradotta in spagnolo da Gustavo Gili, rifletteva un cambio di passo che, comunque, non era estraneo ai progetti sperimentali della CECA per il rinnovamento edilizio, prima delle riflessioni e del dibattito innescato da Recuperare, in dialettica critica colle teorie della Conservazione.

Dobbiamo domandarci, però, come suonerebbe oggi un insegnamento di Singolarità Occupativa ed Evoluzionalità Edilizia, nel senso che all’architetto fosse chiesto di «progettare i servizi» e di rendersi garante della «produttività» dei fruitori nel corso dei cicli occupativi dell’opera.

Se questo corrispondesse alla «modernizzazione» potremmo dire che ciò andrebbe alla radice degli statuti professionali e imprenditoriali, stretti tra commodity e behaviour.