I Contemporary Methods of Living

(Nuova) industrializzazione edilizia tra digitalizzazione e sostenibilità

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Il tema dei Modern Methods of Construction (MMC), che nel contesto anglofono è legato ad altre espressioni, come Industrialized, Modular, Off Site, Systemized, Volumetric, ripropone oggi, sotto forma digitale e sostenibile, con forza la cultura industriale nei Paesi Europei che, sotto la denominazione di industrializzazione edilizia, l’avevano adottata nei Gloriosi Trenta (1945-1973), a partire dalle pressanti esigenze postbelliche, legate, peraltro, non solo alla ricostruzione, ma anche ai flussi migratori verso le agglomerazioni urbane manifatturiere.

In realtà, i primi brevetti francesi e tedeschi per la prefabbricazione in conglomerato cementizio armato risalivano agli Anni Venti e Trenta (trascurando in questa sede le poetiche lecorbusiane), accanto a una tradizione delle costruzioni in legno consolidata sin dall’Ottocento nei Paesi del Nord Europa, così come negli Stati Uniti.

Quella epopea si era esaurita in vario modo: dal collasso delle torri di Ronan Point, avvenuto nel 1968 nel Regno Unito, ai disagi sociali riscontrati nei Grand Ensembleparigini o nel Corviale capitolino, sino alle periferie urbane moscovite di epoca sovietica illustrate dalla filmografia russa (ma anche Jacques Tati aveva fatto qualcosa di simile in Francia).

Per questa ragione, da un lato, l’edilizia industrializzata, che aveva avuto nei settori della residenza e dell’educazione due capisaldi, si era ridotta, con una certa congruente ironia, agli edifici industriali, quasi come per un involontario autoconfino.

D’altra parte, la storiografia internazionale esaltava, nel contempo, i risultati ottenuti, per l’edilizia residenziale, con un approccio «anti-industriale», dal Piano INA-Casa, per evidenziare, al contrario, l’autoreferenzialità e l’estemporaneità del Piano GesCaL.

Al tempo stesso, anche con metodologie di nuova industrializzazione, ad esempio, il Comune di Milano immagina di riproporre soluzioni sostitutive dei cespiti prefabbricati risalenti a qualche decennio or è.

Bisogna ricordare, peraltro, come gli intenti di Fanfani, sottesi forse a una ispirazione dossettiana, comportassero, accanto a una almeno apparente volontà tradizionalista dal punto di vista produttivo, legata alla valorizzazione di una accezione labour intensive obbligata nel frangente storico, una profonda innovazione sociale.

Si potrebbe, perciò, tentare un accostamento colle recenti esperienze lombarde di social housing di ispirazione guzzettiana, che hanno alternato operazioni on site a esperimenti off site, come per l’edificio milanese di via Nulli e il repertorio di sistemi costruttivi Progetto 10.000 non lontano dai repertori regionali degli Anni Settanta.

Ciò accadeva, invero, dimenticando che i portati salienti dell’industrializzazione edilizia non vertevano esclusivamente sulla prefabbricazione, ma possedevano, invece, i connotati dell’approccio esigenziale e prestazionale, che, a cominciare dai sistemi aperti era poi confluito nel «tradizionale evoluto» e nella automazione di alcune filiere dei piccoli e grandi elementi costruttivi (dal laterizio all’acciaio).

Il rilancio, databile alla fine dei primi Anni Duemila, del tema si deve, come detto, essenzialmente a due fattori: la sostenibilità (circolarità) e la digitalizzazione.

Bisogna, infatti, ricordare come, intorno al 2010, i primi documenti governativi britannici in cui si proponeva di porre il «BIM» al centro delle politiche e delle strategie industriali riguardavano la decarbonization.

D’altronde, la maggior parte dei finanziamenti per la ricerca concessi dalla Commissione Europea sul «BIM» si colloca nel nucleo della Clean Energy Strategy.

D’altro canto, il primo intervento da UK BIM Level 2, ante litteram, avrebbe potuto svolgersi, secondo le regole combinatorie delle piattaforme proposte recentemente da Bryden Wood e da Cast nell’ambito delle iniziative governative e del Centre for Digital Built Britain, in una area di San Pietroburgo, in occasione di un intervento di edilizia residenziale di alta gamma sorto sulla demolizione di un quartiere residenziale prefabbricato di era sovietica, quasi a nemesi, sotto l’egida, non a caso, del termine chassis.

Il contesto nel quale sorge il documento tassonomico relativo ai MMC, il framework definitorio, tradotto e adattato da ReBuild Italia in occasione del proprio Outlook si colloca, in realtà, entro pipeline ben definite che coinvolgono audizioni e inchieste condotte nella Camera Alta e nella Camera Bassa del Parlamento e che danno vita a una serie di iniziative legate alla Residenza, all’Educazione, alla Difesa, alla Giustizia, alla Salute, che vedono, spesso entro accordi collaborativi, la formazione di framework e di filiere di operatori.

Ultima tra queste la procedura competitiva che riguarda il Department for Education.

Si osservi, appunto, come le procedure competitive pubbliche qui riguardino, anzitutto, l’architettura delle supply chain, propedeutiche alla realizzazione dei cespiti.

Alle decisioni governative si giunge, dunque, grazie anche a una azione di formazione del consenso che passa attraverso le principali consultancy (ultima McKinsey, preceduta p, ad esempio, da Ernst Young e Roland Berger) e i principali think tank (in primis, il World Economic Forum), oltre alle emissioni radiofoniche della BBC (analoghe a quelle di Radio24), tesa a evidenziare i benefici caratteristici dell’approccio industriale, scalabile e modulabile secondo le sette, o meglio le sei, categorie descritte nel Framework.

In verità, tale azione è fondamentale per creare, sul versante della Domanda, un flusso di investimenti finanziari consistenti e duraturi, in grado di garantire i margini di contribuzione necessari per la realizzazione degli impianti produttivi, che hanno già condotto all’intervento sul mercato britannico di Goldman Sachs e di uno dei maggiori produttori/assemblatori giapponesi, ma anche di instaurare collaborazioni con analoghi programmi avviati a Hong Kong e a Singapore.

Come, in particolare, dimostra McKinsey, al fine di incrementare l’incidenza della industrializzazione edilizia e del «fuori opera» sui singoli mercati domestici, che attualmente si aggira probabilmente tra il 10% e il 20%, alcuni segmenti di mercato appaiono più adatti.

Una serie di vantaggi relativi alla contrazione dei tempi e all’abbattimento dei costi è, inoltre, condizionata dall’evoluzione dei MMC (ad esempio, in termini di robotizzazione) e dalla loro diffusione.

Se, di conseguenza, «modernizzare o scomparire» sia un réfrain efficace dipende dal fatto che la circolarità e la sostenibilità costituiscano i fattori legittimanti e che la digitalizzazione agisca come enabling driver.

Sul versante dell’Offerta, poi, sembrano essere decisivi due elementi ulteriori: la unicità/singolarità del prodotto immobiliare e la prevista drastica riduzione del personale e della manodopera in cantiere nel prossimo decennio.

Per quanto attiene al primo aspetto, si confida molto nella versatilità dei sistemi manifatturieri della mass customization e nelle capacità combinatoriali diversificanti di componenti edilizi e impiantistici unificati, per agevolare, appunto, flessibilità distributiva e versatilità produttiva.

È abbastanza strano osservare come, a partire dall’High Tech degli Anni Ottanta sino al Parametricism, la computazionalità digitale abbia fortemente supportato gli architetti più noti (in fondo, ad esempio, la panelization delle facciate continue attiene alla menzione precedente), ma, a differenza degli Anni Cinquanta e Sessanta, essi raramente siano stati chiamati a cimentarsi come terreno sfidante sui MMC.

Ancor più dei, peraltro, dirimenti, risvolti formali e spaziali (in altre parole, il tentativo dell’«innovativo» di essere qualitativamente percepito alla stessa stregua del «tradizionale» con possibilmente alcuni valori aggiunti), conterebbe l’indisponibilità prospettica di manodopera qualificata, che forzerebbe l’off site come unica alternativa allo unmanned construction site immaginato da Balfour Beatty per il 2050, ma già parzialmente sperimentato da Thomas Bock in Corea del Sud e in Giappone.

Accanto alla classificazione proposta dal Framework figura, inoltre, un recente tentativo tassonomico di Daniel Hall che, al di là dell’insegnamento zurighese, è attento osservatore del mercato della prefabbricazione statunitense, di cui ha curato un recente rapporto legato anche alla frequentazione di Stanford University.

Lo studioso, in buona sostanza, analizza tre situazioni tipiche: 

  1. la diversificazione industrializzante dei general contractor tradizionali, con i retaggi che essa comporta (DPR);
  2. l’adozione di logiche di configurazione aperte cloud-based combinatoriali supportate dalle piattaforme digitali (Project Frog, su cui ha investito Autodesk);
  3. l’integrazione verticale (Katerra, il caso, assieme a WeWork, più simile a una Technology Company).

Proprio quest’ultimo caso, la cui crescita per fatturato e per addetti, oltre che per penetrazione sui mercati internazionali, è sorprendente, dimostra apparentemente le potenzialità di assorbimento di tutte le componenti della catena di fornitura in una spietata catena del valore contraddistinta da razionalizzazione, intelligenza artificiale, automazione e quant’altro.

Esso, tuttavia, mette in risalto, soprattutto, un altro aspetto, vale a dire la potenziale difficoltà del costruttore tradizionale e dei suoi fornitori, specie distributori commerciali e subappaltatori, i cui margini di profitto sono attualmente assai modesti, in parte erosi da una cultura di processo non efficacissima, nonché sotto capitalizzato e sempre soggetto a elevata rischiosità qualora un numero limitato di commesse abbia esiti economicamente o finanziariamente negativi.

Stessa considerazione varrebbe per professionisti non avvezzi ad assoggettarsi alle esigenze del Design for Manufacturing & Assembly, che è intimamente logica progettuale di processo, logistico ancor prima che costruttivo.

Tutto ciò detto, è palese che questa impostazione debba confrontarsi con un mercato domestico contraddistinto da una esasperata parcellizzazione dei tessuti organizzativi e da una estrema varietà tipologica, su cui, senza, peraltro, intaccarne la configurazione originale, si è esercitata la politica di incentivazione della riqualificazione energetica e del miglioramento sismico, la cui applicazione più prossima alla industrializzazione edilizia è offerta dagli «esoscheletri», che fungono anche da camouflage.

Naturalmente, questo richiede una contestualizzazione dell’off site, sui piccoli e sui medi componenti e sulla loro compatibilità col costruito esistente.

Di là dell’immaginario della produzione additiva, funzionerà una digital fabrication di prossimità basata sulle flying factory?

Sin qui, però, l’ambito è stato quello consueto della tangibilità del prodotto immobiliare, segnalata recentemente dalla FIEC quale cifra singolare del settore, nel quale rientra anche la soluzione prospettata da Alphabet (Google) per il waterfront di Toronto, anche se, al contrario, vi è chi in essa vede la formulazione più estesa del capitalismo di sorveglianza.

Già diverso è il caso di Alexa Fund, per cui Amazon, investendo nelle attività di Plant Prefab, pone l’home speaker al centro dialettico dell’ecosistema domestico, sottoinsieme di un ambiente più vasto, del cognitive & responsive building (che, per IBM, non è solo integrated workspace, ma anche affordable housing), del digital twin di Microsoft e di Oracle, dell’urban computing di Facebook e Uber.

Google stessa sta conducendo un tentativo analogo sugli assistenti vocali con JLL, mentre anche CBRE non è insensibile a questi temi.

Già, del resto, Mace, uno dei costruttori più attenti alle evoluzioni, che aveva nel 2018, con Cast, pubblicato un insight incentrato sull’off site, nel 2019 si focalizza sugli user, sullo user centrism.

È, però, Joe Brebbia, uno dei fondatori di Airbnb, che sembra volere, con Samara Backyard, perseguire lucidamente la strada behavioural attraverso il data driven user centrism. E non è che ad Airbnb manchino i giant data per farlo, così come non difettano a WeWork, come sempre spiegato dal suo antico direttore di ricerca, Daniel Davis, oggi impegnato a investigare i meccanismi dell’Automated Design.

Anche in Italia, alcune ipotesi formulare dallo scrivente per una research call poi abbandonata con EuroMilano a proposito dei «contratti esistenziali», alcuni esperimenti effettuati da eFM con MySpot, altre proposte in corso di gestione presso MIND seguono questo filone.

Che cosa sarà, in futuro, il «prodotto immobiliare», oltre le innovazioni puntuali di ConTech e di PropTech?

Quale «forma» potrà assumere l’offerta di «esperienze»?

Diventerà il bene immobiliare un sofisticato social medium?

Attualmente, i produttori di cosmetici francesi utilizzano braccialetti rilevanti alcune funzioni vitali per misurare le «emozioni» dei propri clienti...