La politica industriale per il settore tra fascinazione e disincanto

La crisi del settore della costruzione e dell'immobiliare

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La «crisi» è stato il vocabolo che maggiormente ha caratterizzato il dibattito relativo al settore della costruzione e dell’immobiliare nell’ultimo decennio, agendo come stimolo, ma anche quale alibi.

Da ciò forse discende anche la querelle intercorsa tra fautori dello sviluppo infrastrutturale ed edilizio e loro avversatori, da cui, incidentalmente, ma non casualmente, è formalmente scaturita la crisi di governo recente: «aprire» i cantieri, «chiudere» la crisi.

Quest’ultima è, infatti, stata declinata con altri termini che indicavano la drastica riduzione degli incarichi professionali, gli iniqui compensi professionali, la mancata apertura dei cantieri, la stretta creditizia alle imprese, la mortalità delle stesse, la scomparsa di un vasto potenziale occupazionale, e molto altro: sino al «collasso» di ponti e di viadotti, da Lecco a Genova, come metafora del declino del Paese, anche perché, nel secondo caso, è «crollato» anche il quadro contrattuale.

Che, poi, una responsabilità significativa sia stata attribuita al codice dei contratti pubblici e alla farraginosità dei tempi di attraversamento amministrativo, è ancora un’altra storia, contraddistinta dall’«abolire» più che non dal «riformare», per alcuni la regola, per altri la rappresentanza.

Non vi ha dubbio, peraltro, come il CRESME ha insistentemente sostenuto, che la recessione strutturale abbia forzatamente causato una riconfigurazione del mercato, magari non intenzionale, certamente eterogenea, non immediatamente coglibile, ma effettiva, che ha sancito l’abbandono della speranza del ripristino delle condizioni note, solo, però, per accentuare il disorientamento presso la maggior parte dei soggetti del mercato: accanto ad alcuni eclatanti processi di aggregazione degli attori sostenuti dal decisore pubblico.

Ambientalismo, circolarità, industrialesimo, sicurezza, sostenibilità e digitalizzazione sono ineludibili e inevitabili

A questo proposito, alcune categorie appaiono sempre più influenti: ambientalismo, circolarità, industrialesimo, sicurezza, sostenibilità e, infine, digitalizzazione.

Ciò, in particolare, ingenera, ovviamente un racconto che si alimenta di tali categorie e le (im)pone quali necessarie, ineludibili, inevitabili.

Dando credito a queste narrazioni, che sono tutte avvolte entro la sfera dell’«innovazione», si sono potute creare offerte formative, scientifiche e consulenziali che hanno fondato i propri presupposti su ambienti, ecosistemi, piattaforme, molto spesso dai contenuti generici, che, cercando di includere ogni tematica si sono pretesi universali, in grado di imprimere «svolte», di rappresentare la «filiera».

In realtà, tuttavia, è sempre venuto meno l’intento di dare vita a una autentica politica, o almeno strategia industriale, che cercasse di orientare gli assetti organizzativi del settore, di influire realmente su di essi, evitando le retoriche caratteristiche delle accezioni suggestive e affascinanti di cui si è in precedenza riferito, ragionando sui limiti strutturali dei diversi operatori e sui sistemi di convenienze delle diverse rappresentanze e parti in causa.

Quantunque, infatti, sia chiaro che un ragionamento e una tesi sulla «reinvenzione» del settore debbano obbligatoriamente partire da forti suggestioni (ben testimoniate dalla parola «modernizzazione»), è, altresì, evidente che questi scenari accattivanti rischiano di restare alla superficie della questione, di ritrovare apparenti conferme in sperimentazioni avanzate di pochi pionieri, oltre a tutto, in quanto tali, costretti a validare aprioristicamente i propri sforzi pionieristici, mettendo in ombra le immancabili criticità.

Di tutto questo, digitalizzazione e sostenibilità sono gli emblemi preclari e i cavalli di troia.

Forse, però, proprio allorché, con convinzione, si desirerebbe perseguire la via «manifatturiera» ed esaltare la centralità della «servitizzazione», sarebbe consigliabile guardare con realismo ai caratteri peculiari della «pancia profonda» della Domanda e dell’Offerta, agendo in sincronia tra decisori politici e rappresentanze per valutare le effettive potenzialità di una evoluzione non poi così incrementale e lenta del mercato, individuando limiti e ostacoli al «cambiamento» che dovrebbe favorire il «rilancio» e la «crescita» del comparto.

Probabilmente, ed è un paradosso, sinora sono mancate due circostanze contrastanti: uno storytelling alto e ambizioso, capace di attrarre l’interesse internazionale; un quadro impietoso dello stato effettivo degli operatori, in misura minore distante dalla realtà che, alla luce delle ipotesi avveniristiche, non può che risultare «arretrata», perciò esecrabile.

Quale politica industriale per il settore?

Una autentica politica industriale deve, infatti, stabilire connessioni tra il piano elevato dei grandi traguardi di medio e di lungo periodo e quello quotidiano, del breve termine, degli impedimenti minuti di tessuti committenti, professionali e imprenditoriali sovente troppo polverizzati e differenziati per trovare una sintesi efficace, che, anzi, rischiano di far implodere la nozione di rappresentanza, ma anche di depotenziare la significatività della accezione di accademia, degli inerenti percorsi formativi e abilitanti.

Da ciò, peraltro, deriva la difficoltà dei decisori politici nel rintracciare le omogeneità nelle istanze delle rappresentanze, ma anche le criticità che queste ultime incontrano nel riassumere a unità le aspettative dei rappresentati, in una sorta di circolo vizioso, permeato da dichiarazioni pubbliche enfatiche, di raro riscontro nelle pratiche effettive del privato.

Se, in effetti, il racconto è troppo autoreferenziale, così sofisticato da compiacersi di se stesso, gli «esperti» che lo propongono sono destinati a non intercettare mai le prassi degli operatori dispersi sul territorio che, dal canto loro, non potranno che dolersi del destino cinico e baro che li perseguita e di cui le pretese innovazioni sono aggravanti.

Se, parimenti, invece, le urgenze di un vissuto quotidiano faticoso delle micro, delle piccole e delle medie organizzazioni fosse destinato a non fuoriuscire dall’(auto)commiserazione, non vi sarebbe fascinazione che possa sottrarle al disincanto del quotidiano.

Ragion per cui, al decisore politico, nel faticoso dialogo colle rappresentanze, abbisogna attualmente la capacità di stabilire i collegamenti tra livelli argomentativi così distanti dal reale, e di spiegare le modalità con le quali gli investimenti, vale a dire, le purtroppo limitate risorse disponibili, possano qualificare una rivisitazione del settore che sia, nei limiti del possibile, un gioco a somma positiva, che non induca a logiche di selezione spietate che ne garantirebbero il rigetto.

È probabile che, in termini generazionali e storici, nel giro di due o tre lustri, il contesto che contraddistingue il comparto sia radicalmente mutato, ad esempio, per quanto riguarda l’integrazione dei soggetti e la natura dei cespiti, ma, più che al 2040 o al 2050, è al 2025 o al 2030 che occorra guardare.

O meglio, se è vero che gli scenari di lungo periodo siano quelli più lungimiranti, è in quelli di medio periodo che i primi potranno successivamente inverarsi.

Al ceto politico e alle classi professionali e imprenditoriali oggi è domandato questo impegno determinante, di ricomposizione, anche dolorosa, di un quadro lacerato, frammentario, che nessuna retorica, in quanto tale, sulla digitalizzazione o sulla sostenibilità, potrà suturare e ricostituire, semmai solo lenire temporaneamente.

Alle entità accademiche potrebbe spettare un ruolo coraggioso di proposizione di questa complexio oppositorum, di questo spazio della contraddizione tra aneliti e disincanti.