Centrali di betonaggio, cantieri, laboratori: dove sono finiti controlli nella filiera del calcestruzzo?

Le norme esistono, i ruoli sono definiti, il mercato offre soluzioni tecnologiche all'avanguardia e la ricerca consente di avere materiali sempre più performanti. Tuttavia, nella delicata e complessa catena della filiera del calcestruzzo basta un solo anello mancante per compromettere la qualità del risultato finale. 

I controlli, in cantiere e in laboratorio, rappresentano un tassello fondamentale, tanto che, come evidenziato dal Rapporto Concretezza, devono essere il “mastice” che lega l'intera filiera che solo così può essere costruttiva e virtuosa, sotto tutti i punti di vista. 

Tuttavia, come spiegato da Silvio Cocco, fondatore della TEKNA Chem e presidente della Fondazione Istituto Italiano per il Calcestruzzo, proprio l'attività di vigilanza in troppe occasioni è carente, con ripercussioni sul mercato, ma soprattutto sulla sicurezza delle opere.

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I controlli e i controllori nella filiera del calcestruzzo? Silvio Cocco «Non pervenuti»

Geometra Cocco, la filiera del calcestruzzo si compone di diversi protagonisti: stazioni appaltanti, progettisti, imprese, produttori e infine i controllori. Proprio su quest’ultimo «anello della catena», si dibatte molto, perché?

«I controllori, è il caso di dirlo, nella mia esperienza, sono assenti, totalmente, nonostante le norme li prevedano. Così come è previsto che il Direttore lavori debba essere presente in ogni operazione di betonaggio in cantiere, ma spesso manca. Più di una volta abbiamo chiesto il motivo di  questa assenza, e ci è stato risposto che la loro presenza non viene riconosciuta dalla committenza e neanche retribuita. Ovviamente si tratta di una scusa, perché dal momento che il direttore dei lavori accetta l’incarico pattuisce un compenso e si assume la totale responsabilità del cantiere. Inoltre non vengono fatti né i prelievi all'arrivo dell'autobetoniera in contradditorio per l’accettazione, né tantomeno i relativi cubetti, ed è una grave mancanza perché il calcestruzzo poi passa in altre mani. Il materiale viene manipolato, trasformato, messo in opera, vengono fatte delle aggiunte e a quel punto non si può più cercare la responsabilità di chi l’ha prodotto. Se il controllo non c’è al momento dell’arrivo, il calcestruzzo consegnato poi non ha più paternità».

Può farci qualche esempio?

«Il calcestruzzo ha una metodologia ed un tempo di posa in opera ma spesso quando l’autobetoniera arriva a destinazione il cantiere non è pronto: il cassero non è ancora chiuso, le armature non sono legate, non ci sono i distanziatori e la betoniera, aspetta. Ma il calcestruzzo ha sua una vita e anche i migliori additivi, non gli consentono un mantenimento di lavorabilità che superi le due ore. Più il tempo passa più l’impasto perde lavorabilità e l’aggiunta di acqua diventa indispensabile, si modifica così il mix design della fornitura, che non è più quella originale. Una variazione di un solo punto percentuale del rapporto acqua cemento, porta a 50 chili di resistenza in meno, 5 mega pascal si perdono così. Il calcestruzzo viene trasformato durante la posa in opera e non è più lo stesso che è arrivato in cantiere. La qualità del prodotto deve essere  certificata quando arriva l'autobetoniera in cantiere, nel contraddittorio con la DL o persona da questa incaricata, non serve a nulla l'estrazione di una carota magari dopo sei mesi dopo il getto quando il danno è ormai combinato e le responsabilità indefinibili. Per questo il controllo è fondamentale, il verbale di accettazione deve essere fatto, il materiale deve essere controllato e così le sue caratteristiche come la lavorabilità, il rapporto acqua cemento e la massa volumica per dare dei titoli di idoneità. Va da sé che questa attività di vigilanza e controllo deve essere fatta da personale competente».

I responsabili degli impianti di betonaggio

Gli addetti ai lavori, sono dovutamente formati a suo parere?

«Purtroppo, non lo sono sufficientemente. Il responsabile di un impianto di betonaggio, ad esempio, deve possedere conoscenze tali che gli permettano di saper valutare qualitativamente tutte le materie prime necessarie alla produzione del calcestruzzo; deve conoscere le norme e le certificazioni che gli consentano la corretta scelta delle materie prime componenti il suo calcestruzzo, deve conoscere e saper fare tutti quei controlli per convalidare la qualità dei materiali ricevuti e quindi la veridicità dei certificati accompagnatori; deve conoscere alla perfezione il suo impianto di produzione in tutti i suoi componenti, per poterlo governare, conoscere come tararlo in tutte le sue funzioni di dosaggio, insomma essere padrone di tutte le conoscenze che gli consentano di potersi definire produttore qualificato di calcestruzzo. Paradossalmente non è insolito che si accettino forniture di sabbie con certificati di ghiaie o viceversa per incapacità del ricevente di saper leggere una certificazione, quando non si tratti di vero e proprio dolo o peggio disinteresse. In Italia, la qualità significa solo un foglio di carta da conservare in qualche modo. Diverso sarebbe se si fosse capaci di leggere un certificato, controllarne la validità e la corrispondenza del materiale ricevuto, se questo non avviene, resta solo un semplice pezzo di carta».

La certificazione FPC

La certificazione FPC (Controllo di Produzione in Fabbrica) è sufficiente a garantire la qualità del prodotto finale?

 «La certificazione è una delle prerogative che bisogna possedere, la prima forse. Ormai è risaputo che un'alta percentuale delle centrali di betonaggio non hanno i requisiti per essere certificate. L’FPC appunto lo dice la parola, CONTROLLO DI PRODUZIONE IN FABBRICA prevede un impianto che permetta di fare i controlli, operazioni che non si possono eseguire quando il materiale sta dentro l’autobetoniera, perché a quel punto non sarebbe possibile eseguire nessuna correzione in viaggio per il cantiere. I controlli devono essere fatti in fabbrica con un impianto provvisto di mescolatore che permetta di effettuare tutte le correzioni che si rendano necessarie e contemporaneamente consenta una perfetta mescolazione dei componenti garantendo una RIPETIBILITÀ e di conseguenza una costanza di mescola. Il poter facilmente prelevare un campione per la determinazione degli standard qualitativi è possibile solo con la presenza di un impianto con mescolatore: si preleva un quantitativo necessario, si controlla e dopo l’approvazione si carica in betoniera. Questa sarebbe la procedura corretta, ma in Italia non sono molti gli impianti provvisti di mescolatore, negli altri casi il carico è diretto e quei pochi che lo possiedono, spesso non lo utilizzano per guadagnare tempo (così dicono). Naturalmente i controlli devono essere effettuati da una persona qualificata e responsabile, la stessa persona che si è resa responsabile della taratura di tutti i mezzi di misura, delle bilance per gli aggregati, per il cemento, per gli additivi, le sonde per determinare l’umidità delle sabbie e fare in automatico la compensazione. Il tecnico qualificato gestore dell’impianto di betonaggio. Personalmente, in rari casi ho trovato impianti così concepiti. Mi domando allora, com’è possibile che a quest’impianti sia stato rilasciato il certificato FPC?»

Quali altre criticità è necessario risolvere affinché i controlli siano reali ed efficaci?

«Vogliamo parlare delle certificazioni delle materie prime, di quelle del cemento, della marcatura CE degli aggregati, delle unità di misura collaudate? E poi c’è l’acqua, oggi si cerca di riutilizzare quella di lavaggio, che però è dura e carica di calcio e particelle di cemento idratato, quindi fluidifica poco l’impasto e di conseguenza, per avere una determinata lavorabilità, occorre aggiungerne più del necessario. Ma non dimentichiamo il tema del riciclato, proveniente dalle demolizioni, una scelta sostenibile certo, ma sappiamo bene che è difficile ottenere un materiale puro privo di residui di intonaco, legno, cannucciati dei solai. La lista è lunga e a questo, come detto all’inizio, dobbiamo aggiungere la mancanza dei controlli».

I controlli nella filiera del calcestruzzo 

Come evidenziato nel Rapporto Concretezza, i controlli da «subiti» devono diventare necessari», come si può cambiare questo paradigma?

«In Italia la certificazione di qualità è subita, è vissuta come un’imposizione e una forzatura, a volte serve solo a dimostrare di possederla. La Certificazione, al contrario, deve essere sostenuta. Un mercato così, perde valore. In azienda deve esserci una figura preposta al controllo della qualità, capace di cercare i materiali più idonei, di leggere un certificato, che conosca il suo prodotto e anche le materie prime che lo compongono, che sappia riconoscere se non vanno bene con un solo colpo d’occhio. Le norme e le Linee Guida ci sono, però, quando trattano il tema del calcestruzzo, non entrano nel dettaglio, non spiegano come deve essere fatto l’impianto e non specificano aspetti della produzione che invece sono innumerevoli. Perché non si affronta questo argomento nelle famosissime e sempre citate Linee Guida? E i controlli? C’è del buio voluto, ma così la qualità non si fa. La qualità non si può fare prendendo un segmento, un solo anello della catena della filiera del calcestruzzo. Il controllo deve spingere al miglioramento, deve essere una garanzia di serietà e premialità, uno stimolo alla meritocrazia».