Il 2021 delle Costruzioni

Quali previsioni per il settore delle costruzioni

È molto difficile effettuare, in questa contingenza pandemica, previsioni attendibili sulle prospettive del settore della costruzione e dell’immobiliare, non solo perché ci si trova con stati d’animo contrastanti e contrastati tra la prospettiva, risolutiva, offerta dalla vaccinazione, e gli andamenti epidemiologici, tuttora critici.

Lo è, soprattutto, perché il traguardo, per il settore, è dato dal 2030 (si ricordi l’orizzonte confindustriale di Italia 2030) o dal 2026 (la scadenza della Recovery & Resilience Facility), entro, dunque, orizzonti temporali nettamente post-pandemici, per i quali la qualità del programma dovrà accompagnarsi alla capacità di spesa.

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In altre parole, il settore è chiamato a elaborare e a proporre una vera e propria strategia industriale che possa ridonargli la centralità che tradizionalmente aveva rivestito in precedenza.

Sotto questo profilo, autorevoli istituti di ricerca economica hanno evidenziato, per i primi anni del secolo, una scarsa crescita competitiva, unita a un eccesso di produzione in segmenti di mercato, quelli della nuova costruzione, nel frattempo divenuti minoritari.

A questo proposito, la straordinaria fase espansiva del tempo è giudicata come un passaggio che non abbia generato gli attesi frutti in termini di innovazione strutturale degli operatori.

È, infatti, proprio la atomizzazione dell’Offerta a contare come un presupposto condizionante ogni ragionamento prospettico.

Il CRESME ha ben delineato i tratti specifici della straordinaria fase espansiva, cui è seguita una altrettanto eccezionale fase recessiva, talché il settore dell’ambiente costruito appare determinante per il futuro dell’intera economia nazionale.

In ballo vi sono, peraltro, la struttura del settore, la configurazione dei processi e l’essenza dei prodotti o dei servizi, per un comparto che, negli ultimi lustri, ha perso diverse centinaia di migliaia di addetti e un centinaio di migliaia di imprese, in netta controtendenza rispetto ad altri settori economici.

Occorre, a ogni buon conto, ricordare che il settore, per quanto colpito come non mai da una crisi strutturale nel secondo e nel terzo lustro del nuovo millennio, stia attualmente facendo registrare, tra i pochi, in realtà, l’unico, un segno positivo.

 

Quali le tematiche al centro delle costruzioni

Le tematiche ambientali, climatiche, circolari, energetiche, sociali, sostenibili, agiscono, di fatto, come potenziali determinanti in grado, con il fattore abilitante della digitalizzazione, di influire, sinanco di sconvolgere, i tratti identitari degli operatori e dei mercati.

In definitiva, tematiche che, parzialmente, sono ancora declinate retoricamente o, in ogni caso, a fini commerciali, potrebbero, in effetti, mutare considerevolmente l’Offerta Privata.

Al tempo stesso, però, da un lato, sorgono legittime preoccupazioni per un ambito, quello dei contratti pubblici, che, in nome dell’efficienza, si vorrebbe sempre più deregolamentato capillarmente e caratterizzato, tuttavia, da un forte interventismo pubblico sui versanti professionali e imprenditoriali, ambito che, peraltro, anche attraverso i processi aggregativi delle stazioni appaltanti e delle amministrazioni concedenti, costituisce una dei punti focali del rilancio del Paese, sotto l’egida della riforma della amministrazione pubblica.

Le medesime azioni fondamentali di politica industriale rivolte alla Domanda Privata, prima tra tutte quella relativa al super bonus 110%, sono, inoltre, accusate da autorevoli economisti di produrre debito pubblico, in maniera iniqua e, in parte, improduttiva, benché, sotto diversi profili, costituiscano, oggettivamente, uno degli assi portanti decisivi del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza, esteso al parco immobiliare pubblico, nei confronti del raggiungimento della efficienza energetica, del miglioramento sismico e della neutralità climatica, presumibilmente entro un approccio maggiormente sistematico, non affidato unicamente alle iniziative individuali della proprietà immobiliare privata.

Per un altro verso, però, la girandola di denominazioni che evoca oggi, ad esempio, la digitalizzazione (automazione, BIM, dati connessi, gemello digitale, GIS, intelligenza artificiale, IoT, manifattura additiva, realtà immersiva, registri distribuiti, robotica, e così via) stride con una attitudine del mercato ancora industrialmente refrattaria, estremamente parcellizzata, scarsamente collaborativa, digitalmente analogica e via di questo seguito.

Per questa ragione, una troppo rapida adesione alle categorie inedite spingerebbe a reclamare a gran voce la rivisitazione profonda del settore, sradicando e riposizionando, ma si tratterebbe di una scena illusoria, in cui la furia iconoclasta si spegnerebbe subito a causa di una diffusa e silente resistenza.

Vale la pena, d’altronde, sottolineare come tutte le tecnologie digitali sopra menzionate si riferiscano a metodi e a processi che comportano una rivisitazione dei ruoli e delle posizioni degli attori: non a caso, a livello internazionale, la digitalizzazione è spesso associata alla re-industrializzazione edilizia, un argomento ancora poco praticato in Italia e, per certi versi, ostacolato dalla natura singolare degli interventi sul costruito.

 

Siamo di fronte a uno sdoppiamento tra narrazione e realtà ?

D’altra parte, non si può certo affermare che il settore, negli ultimi quindici anni, non abbia cambiato drasticamente l’oggetto degli interventi, in gran parte ormai incentrati sul costruito, su cespiti immobiliari e infrastrutturali esistenti, in parte da demolire e da sostituire, pur perseguendo un costante ridimensionamento dimensionale che, ovviamente, tali interventi hanno favorito.

Si può, perciò, parlare di sdoppiamento tra narrazione e realtà, di dualismo tra una istanza di trasformazione e un desiderio di conservazione, di conflitto tra una innovazione radicale e una evoluzione incrementale?

Certamente, ipotesi di mutamento del comparto che dipartano da una razionalizzazione verticistica sembrano irrealistiche, soluzioni adattive governate dai dati appaiono intriganti, ma è chiaro che, nella transizione, il settore si trovi in mezzo al guado, stretto tra intenti e condizioni segnate dalla inevitabile contraddittorietà, almeno per diversi aspetti, che non si deve temere poiché resta una cifra ineludibile del nostro tempo.

Lo si può facilmente constatare a partire dagli interrogativi che gravano sui prodotti immobiliari e infrastrutturali, in età post-pandemica, colla ibridazione tra luoghi di residenza e luoghi di studio o di lavoro: un caleidoscopio ubriacante di edifici e di infrastrutture agili, interconnessi, reattivi, verdi, intelligenti, elettrificati, inclusivi, sostenibili, giovevoli, e quant’altro.

Sostanzialmente, infatti, lavorare intellettualmente o seguire le lezioni da casa, non è stato affatto, nelle forme sperimentate nel fatidico 2020, intelligente, ma ha dischiuso potenzialità probabilmente irreversibili.

 

Lo spazio come servizio

Queste ultime si sono inverate, o potrebbero inverarsi, attraverso lo spazio come servizio, vale a dire, in primo luogo, tramite una dimensione immateriale, sia pure poi materializzata da componenti fisiche, edilizie e impiantistiche.

Una chiave di lettura può risiedere, comunque, nella definizione di ambiente costruito quale porta di accesso a tale servitizzazione del settore, gravida di conseguenze.

È, infatti, a disorientare, non tanto il gran novero di tematiche che, per il solo fatto di essere evocate, risulterebbero implementate, quanto la dilatazione del contesto, perché l’ambiente costruito sta divenendo una categoria, persino una piattaforma, in cui, includendo l’ambiente naturale, i confini di operatività del settore divengono sempre più incerti e labili, in cui le transazioni potrebbero essere sempre più contendibili anche da soggetti esterni, addirittura estranei a esso, ma familiari colla sfera delle esperienze individuali e collettive, che costituiscono il business inedito dei prossimi anni.

Bisogna rammentare, in argomento, anche che queste evoluzioni presentano sempre più frequentemente innovazioni sul piano giuridico-contrattuale, tanto che, accanto al partenariato pubblico-privato si parla sempre più spesso di impatto sociale e di diritto ambientale.

È la dimensione che, con Sumit Oberoi e con Alain Waha, abbiamo cercato di chiamare la Terza Dimensione, tra tangibilità e immaterialità.

Probabilmente, al settore, per definizione concreto, servirebbe adottare anche un diverso punto di vista per collocarsi in uno scenario complessivo di generazione del valore e della marginalità, elemento non meno rilevante del primo e della produttività.

Ciò che risulterebbe, perciò, non è tanto la difficoltà ad adeguarsi a trasformazioni così significative, che richiederebbero ingenti investimenti a un tessuto polverizzato del mercato, investimenti che presuppongono incentivi e supporti legati a una piattaforma digitale nazionale, quanto, piuttosto, proprio la scarsa dimestichezza con il contenuto dei servizi immateriali di cui i cespiti fisici, immobiliari e infrastrutturali, saranno sempre più veicoli.