Il progetto è arte, non solo scienza, non solo algoritmi

Nei giorni scorsi abbiamo organizzato una visita della Biennale di Architettura di Venezia insieme ad alcune importanti figure del mondo della progettazione sostenibile.

Tra queste vi era l'architetto Guendalina Salimei, socia fondatrice dello Studio T e professoressa alla Sapienza di Roma, le cui parole di commento alla mostra mi hanno profondamente colpito. Di fronte a una Biennale che è una fortissima espressione delle domande che la sostenibilità e il futuro dell'ambiente ci pongono, Guendalina Salimei ha osservato "L'architetto è forse un regista, uno che deve fare il coordinamento, non deve fare ne l'ingegnere, il biologo, il geologo ... deve capire le istanze di questo importante mondo degli specialismi e lo deve interpretare e fare diventare architettura."

Queste parole mi hanno fatto riflettere sul ruolo del progettista moderno, che deve avere la capacità di dare risposte concrete a una serie di domande, a volte in contrapposizione, come il rispetto dell'ambiente, la valorizzazione del sociale, la qualità economica, la sicurezza e resilienza, il comfort e l'efficienza ... mettendo insieme più specializzazioni, e che questo non può trascindere da una sforzo creativo e culturale. In questo contesto il BIM, l'evoluzione digitale, le norme, sono strumenti, ma alla base deve esserci il pensiero del professionista, che dalla complessità deve riuscire a trovare soluzioni di sintesi.

Mi sono accorto dell'importanza del fatto che dietro all'atto della progettazione ci sia sempre un percorso di conoscenza ed esperienza, che il processo che porta al progetto non possa prescindere da una "manualità" tipica dell'arte, e che tale processo che non potrà mai essere svolto da una combinazione di soli algoritmi e formule matematiche e scientifiche.

 

Gian Michele Calvi: "Il design è ancora in gran parte un'arte e non una scienza"

E a distanza di pochi giorni da questa importante visita, che con Ingenio riprenderemo attraverso un ricco servizio fotografico, trovo sulla stampa spagnola intervista all'amico Gian Michele Calvi - importantissimo progettista in ambito strutturale e che è anche docente presso l'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia in Italia e professore a contratto presso la North Carolina State University negli Stati Uniti - in cui richiama gli stessi concetti.

Gian Michele è stato intervistato sul progetto della nuova Ambasciata e Residenza dell'Ambasciatore d'Italia nella Repubblica Dominicana che ha unito i valori dell'architettura italiana con le nuove tecnologie e sostenibilità fornitura per la costruzione.

Un progetto che ha vinto il concorso pubblico e che lo studio Calvi ha potuto affrontare perchè Calvi ha "una certa conoscenza della Repubblica Dominicana, poiché in passato ho tenuto lezioni presso alcune università come PUCMM, INTEC, UASD e UTESA su invito del Ministero dell'Istruzione Superiore Scienza e Tecnologia."

Una esperienza importante, perchè "il progetto deve essere collocato nella situazione reale e, in base a questa situazione, le soluzioni devono essere trovate in modo appropriato sotto gli aspetti della composizione architettonica, delle strutture e della funzionalità. Questa fase del progetto è molto più importante della successiva (quella esecutiva relativa ai calcoli dettagliati), per questo motivo il design rimane in gran parte un'arte e non una scienza."

 


Nell'intervista poi Gian Michele Calvi racconta anche altri particolari del progetto

Nel'intervista Gian Michele evidenzia che  "l'aspetto del processo che più mi è piaciuto e stimolato è stato quello di trovare soluzioni che rispondessero ai concetti di base precedenti, ovvero le soluzioni architettoniche, strutturali, impiantistiche e di relazione tra i diversi edifici mantenendo un'elevata efficienza delle soluzioni progettate."

Il concept alla base del design della nuova ambasciata si riferisce alla presenza di una grande dignità dell'edificio dell'ambasciata che rappresenta il nostro Paese nella Repubblica Dominicana, senza entrare in richiami barocchi. Una dignità fatta di contenuti. Altri concetti fondamentali sono quelli di grande funzionalità, legati all'indipendenza rispetto alla fornitura di energia elettrica e di grande sicurezza intesa come security (forte stabilità e resilienza dell'edificio) e come sicurezza (ad esempio contro i terremoti).

Per seperne di più consiglio la lettura dell'intervista a questo LINK


 

Cosa ha a che fare l’identità con la sostenibilità ?

Questo percorso in cui ho incontrato le significanti osservazioni di Guendalina Salimei e le indelebili considerazione dell'intervista a Gian Michele Calvi mi riporta a un'altra lettura, quella dell'articolo "Identità e sostenibilità: Riconoscibilità e rappresentazione del progetto", di Marcello Balzani, anche lui caro amico e professore presso l'Università di Ferrara. 

Articolo di grande spessore, in cui Marcello evidenzia "mai come in questo momento il ruolo che il progetto riveste, nell’interpretare le trasformazioni e nel permettere di definire modelli su cui catalizzare i caratteri di un concreto futuro, sembra scandito dall’intersecarsi dei significati e dei valori che identità e sostenibilità assumono."

Anche all'interno del lungo approfondimento gli strumenti, gli algoritmi, il BIM assumono un ruolo secondario perchè "il progetto sostenibile inserisce e sviluppa una risonanza emotiva e funziona perché descrive e traduce narrazioni".

Il progetto è quindi un racconto, in cui "le correlazioni sono più profonde, attraversano la superficie, penetrano forma e materia. I conflitti, come i sentimenti, si imparano a conoscere e si mettono nella mappa della mente (individuale e collettiva): potenziano l’orientamento critico e la navigazione consapevole nei tanti dati che vengono interpretati, via via, come informazioni."

E infine "Nel progetto sostenibile si individua una struttura di linguaggio, capace di assumere gli statuti della discontinuità, come direbbe Foucault, in cui il contesto semantico non è solo la mera cerniera funzionale tra repertori di classificazione e interrogazioni indirizzate e facilitanti, ma l’espressione della potenza delle parole: vere azioni di riconoscimento in cui agisce la riflessione oltre alla risposta emotiva; perché nel progetto sostenibile si vive il tempo, non la velocizzazione del tempo."

 

La progettazione nasce dalla conoscenza 

E il ragionare sul concetto di arte che ci deve essere dietro all'atto della progettazione mi fa tornare in mente le parole di Massimo Mariani - amico ed esperto di ingegneria sismica, nonchè Consigliere del Consiglio Nazionale degli Ingegneri - quando parlava della necessità di cooscere intimamente la struttura: “La nostra Ingegneria del Consolidamento e del Restauro degli edifici deve allontanarsi da modellazioni evanescenti su sistemi murari i cui comportamenti possono accostarsi più alle leggi del “caos” e dell’”impredicibilità” che alla statica e alla dinamica: Essa deve continuare nell’empirismo e nella scienza tra loro all’unisono.

Dobbiamo tornare ad essere consapevoli delle nostre conoscenze scientifiche, soprattutto a divulgare l’Arte e l’Artigianato della nostra disciplina, fornendo ai giovani colleghi e a chi voglia approfondire il proprio sapere gli strumenti indispensabili per un’attenta lettura delle origini e del quadro fessurativo del sistema strutturale, nonché del suo “stato di disgregazione” dovuto alla “memoria del danno” accumulato i sismi precedenti.

Occorre tornare alla pratica del “saper leggere” le strutture, interpretarne esigenze e patologie, per poi ricorrere alle verifiche analitiche e alle più adeguate tecniche di intervento, sempre nel rispetto del bene su cui si opera.”

 

Il progetto nasce dal pensiero

L'annosa questione se l'architettura sia da annoverarsi nel sistema delle arti, in toto, in parte, o addirittura per nulla, ha attraversato diversi autori e periodi dell'estetica filosofica dalla sua nascita  e tuttora , di tanto in tanto, riemerge come questione aperta.

Cos'è allora il progetto?  E' Arte o Scienza? Può essere tutto compreso nel “gesto” e nei segni che ne conseguono o è paziente ricerca di sapienza tecnica?

Come ogni buon filosofo ci potrebbe insegnare, a queste domande non può esserci risposta univoca ed il punto vero non sono le risposte ma, come direbbe Carlo Sini, nel suo bellissimo libro “Pensare il Progetto”:  “ciò che importa è sostare sulle domande

Appare però chiaro come il progetto non possa essere mero oggetto di valutazioni tecniche o geometriche.

Prendiamo ad esempio la scrittura, e la poesia in particolare, che risponde anch'essa, in una certa misura, a delle regole “metriche”.

Ricordiamo tutti la scena del film "L'attimo fuggente" in cui il prof. Keating invita i suoi studenti a strappare la pagina in cui Johnathan Evans Prichard spiega che per valutare una poesia occorra mettere la perfezione sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, e di conseguenza sarà sufficiente calcolare l’area totale ....

Per rimanere nella metafora poetica, che dire poi della formidabile forza evocativa dell'Ungarettiano “Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie”?

Queste otto parole in successione sbaragliano pagine e pagine di possibile scrittura, forse nella stessa misura in cui gli architetti, quelli bravi, possono riuscire con la sintesi di un segno a dire cose che servirebbero pagine e pagine di scrittura. E' questa la grande fortuna, ma anche responsabilità, dell'architetto.     

 

Ma responsabilità di chi?

Come dice Keating il progetto non può essere misurato come si misura un tubo, e quindi la scelta dello schema per la valutazione dei progetti è fondamentale. Anche perchè tutti siamo bravi a raccontarci che "occorre mettere il progetto al centro dell'opera", ma se il progetto non è scelto in modo corretto, se nasce dai capricci/relazioni di un committente pubblico o privato, se nasce da un ufficio tecnico interno alla PA che dovrebbe avere un ruolo più di gestione che di progettazione e controllo, se le giurie sono inadatte (a volte corrotte? Certo non per vile denaro ma per “economie di scambio circolare” ) ecco allora questa frase appare retorica e vuota.

E per uscire dal vuoto della retorica occorre ritrovare il senso della trasparenza e del significato dell'architettura: con le buone pratiche e con processi virtuosi di valutazione.

 

Qualità del Progetto e Concorso di progettazione sono due parti dello stesso obiettivo.

E concordo quindi con Francesco Miceli, presidente del CNAPPC, quando afferma che altre forme di valutazione del progetto dovrebbero riguardare solo opere in cui prevale la sola parte del calcolo: "DL Semplificazioni, Miceli (CNAPPC): "Ecco gli emendamenti per le modifiche in materia di appalto integrato"

 


Estratto da "L'attimo Fuggente"

Keating: “Ora aprite i vostri testi a pagina 21 dell’introduzione. Lei, Perry, vuole leggere il  primo paragrafo dell’introduzione, intitolato: “Comprendere la Poesia?”  Perry: “Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito. Per  comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica,  la rima e le figure retoriche e, poi porci due domande: uno con quanta efficacia  sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine. 

La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta  l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza  di una poesia, diventa una questione relativamente semplice. 

Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la  sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della  poesia per misurarne la grandezza. 

Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in  orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in  orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza.  Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di  valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà  il vostro godimento e la comprensione della poesia”. 

Keating: “Escrementi! Ecco cosa penso delle teorie di J. Evans Prichard. Non stiamo  parlando di tubi, stiamo parlando di poesia, ma si può giudicare la poesia  facendo la hit parade. Gagliardo Byron, è solo al quinto posto, ma è poco  ballabile”. 

Keating: “Adesso voglio che strappiate quella pagina!: Coraggio, strappate  l’intera pagina”. Mi avete sentito, strappatele? Ho detto di strappatele! 


 

"Cogito, ergo sum"

Torno alla visita alla Biennale di Venezia, che ricordo è stata curata dall’architetto, docente e ricercatore Hashim Sarkis, con questa missione “In un contesto di divisioni politiche acutizzate e disuguaglianze economiche crescenti, chiediamo agli architetti di immaginare spazi in cui possiamo vivere generosamente insieme”, ha commentato Sarkis.

Durante le nostre riflessioni si è ovviamente cercato di comprendere a cosa si riferrisse Sarkis quando parla di "vivere generosamente insieme", comprendendo proprio grazie alla mostra che non si intende lo stare insieme solo tra uomini, ma in un contesto in all'uomo si deve aggiungere la natura nel suo insieme.

E Cartesio, con la sua espressione "Penso, dunque sono" ci rimanda ad una riflessione più profonda - a cui mi ha fatto arrivare il Prof. Antonello Stella che faceva parte della nostra visita - dove ad essere veramente in pericolo non è tanto la dimensione fisica e geografica della Terra, quanto piuttosto, la nostra stessa presenza sulla terra. La terra è vissuta e probabilmente vivrà per altrettanti milioni di anni. La vita umana ne ha occupato una piccolissima parte e chissà quanto ancora ne potrà occupare in una forma “vivibile”.

Ma l'errore da non fare è quello di non prendersi cura degli umani, del loro pensiero, del “cogito ergo sum", appunto , pensando più all'oggetto che non al soggetto. Anche lo spazio, principio fondativo dell'architettura, come ci ha ben insegnato la troppo dimenticata fenomenologia, non significa nulla senza il soggetto che lo percepisce. Ma questo pensiero egoistico, ovvero del fatto che le nostre considerazioni nascono da questa  irrinunciabile relazione, quella tra noi e la natura, perchè questo è il contesto in cui noi ci riferiamo, una ecosfera caratterizzata dalla nostra presenza, dal nostro esserci, che devono nascere le scelte e le opere perchè non si distrugga questo equilibrio.

L'architettura non può sottostare all'ego di un singolo (archistar o sedicente tale di turno?), lo diceva bene un altro filosofo anch'esso dimenticato, Ortega Y Gasset “L'architetto ha un rapporto molto diverso con il suo mestiere da quello degli altri artisti  con le loro rispettive arti. L'architettura non è , non può, non deve essere un'arte esclusivamente personale. E' un arte collettiva. L'autentico architetto è un intero popolo

 

Mettere quindi l'uomo al centro di questa esigenza ineludibile di un sentiero sostenibile

Un "Cogito, ergo sum" che richiama Cartesio e il suo pensiero filosofico moderno, che ci spinge a rifiutare i saperi tradizionali e la volontà di partire dall'uomo e dai contenuti del suo pensiero per risolvere i problemi del nostro futuro.

Ecco allora che se vogliamo propendere, insieme ad Ortega Y Gasset per un architetto artista forse più che scienziato , questo non deve essere letto come rifiuto del secondo; la scienza intesa come evoluzione della tecnica è una condizione immanente della vita umana, ma “l'essenza” ossia il vero significato della tecnica, come sosteneva Heidegger, è fuori da essa, e va quindi ricercato non negli strumenti ma nei suoi presupposti (prima) e nelle sue conseguenze (dopo) .  

In conclusione: solo una cura del pensiero potrà salvare una condizione di vita umana “accettabile” sul nostro pianeta, se invece spostiamo l'attenzione solo sulla sua dimensione fisica e tecnica potremo solo prolungare condizioni peggiori per una porzione sempre più crescente di ignari abitanti e forse migliori per una sempre più ristretta elite di cinici abitanti di un pianeta insensato.

Scenario, questo, finora previsto solo nei film di fantascienza, ma forse non così fantascientifico.

 


Appendice

I 17 GOALS della Sostenibilità

Ritengo necessario ricordare, al termine di questa mia riflessione, i 17 GOALS dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile sottoscritta nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU.

Perchè il pensiero nasce dalla conoscenza, e non possiamo parlare di Sostenibilità, di Ambiente, di Progetto, se non mettiamo alla sua base la conoscenza degli obiettivi ineludibili che dobbiamo raggiungere, raggiungere presto, prima che sia troppo tardi.

 

Che cosa è l'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile