Crisi energetica e settore del cemento: i CSS una soluzione per abbattere i costi per l'energia

Il presidente di Federbeton Roberto Callieri, intervistato dal nostro Direttore Andrea Dari, parla delle difficoltà che sta incontrando l'industria del cemento, chiedendo al Governo di tutelare le imprese in questo momento così delicato ed aiutare le aziende nella strada verso la Carbon neutrality, obiettivo da centrare nel 2050.


In due anni i costi energetici e ambientali sono aumentati del 700%

Andrea Dari

Presidente, il nostro Paese si è impegnato in un grande piano per lo sviluppo grazie soprattutto al PNRR e ai fondi che il MIMS ha voluto dedicare alle infrastrutture, ma la sensazione è che l’aumento dei costi energetici possa mettere a rischio questo grande progetto. È così? siamo di fronte a un problema così importante? può darci qualche numero?

 

Roberto Callieri

La crisi energetica che sta investendo l'Europa sta mettendo a rischio la sopravvivenza dell’industria del cemento. Per avere un’idea della situazione in cui ci troviamo a operare: a gennaio 2022 il costo complessivo di produzione è cresciuto di oltre il 50% a causa dell’impennata dei prezzi di energia e combustibili.

L’energia, sia elettrica che termica, rappresenta, infatti, oltre il 50% dei costi variabili di produzione del cemento. Il prezzo del gas metano è aumentato di otto volte in due anni, quello dell’energia elettrica ha toccato massimi storici ed è aumentato di quasi 10 volte in confronto allo stesso periodo del 2021, il petcoke, principale combustibile utilizzato per la produzione di cemento, ha più che triplicato il suo costo.

A questo si aggiunge anche la crescita del valore dei diritti di emissione di CO2, che si è attestato intorno agli 80 euro medi, valore elevatissimo se confrontato con i 25 euro registrati in media nel 2020. 

L’insieme di tutti questi fattori ha determinato a marzo un incremento complessivo del 700% dei costi energetici e ambientali rispetto alla media del 2020. Sono dati impressionanti e la ricaduta non sarà di certo limitata al settore perché cemento e calcestruzzo sono materiali fondamentali, non solo per le infrastrutture. Sono alla base della vita quotidiana, della mobilità, della sicurezza.

 

Andrea Dari

Presidente, avete dichiarato che per raggiungere la carbon neutrality al 2050, saranno necessari investimenti per 4,2 miliardi di euro (oltre a extra-costi operativi di circa 1,4 miliardi annui), ben superiori rispetto a quelli di altri settori energivori. Stiamo parlando di problematiche di grande peso ma anche dimensione, la cui soluzione ovviamente richiede non solo investimenti ma anche tempo. Cosa si può chiedere oggi di efficace al Governo perché si possa superare questo momento di grande difficoltà? E a medio/lungo termine?

 

Roberto Callieri

Il settore ha delineato una vera e propria strategia per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione fissati per il 2030 e il 2050, condividendo con le imprese un percorso ambizioso e impegnativo. L’industria ha e avrà un ruolo centrale, ma quella della decarbonizzazione è una sfida globale e non si può pensare di vincerla senza il contributo di tutti.

È fondamentale muoversi in un contesto normativo e culturale di supporto e cooperazione. Altrimenti si rischia di assistere a una progressiva perdita di competitività dell’industria nei confronti dei Paesi extra-EU. Il motivo risiede nel fatto che questi Paesi hanno generalmente standard ambientali, e di conseguenza costi, più bassi. La crisi energetica e i recenti risvolti in politica internazionale hanno notevolmente peggiorato la situazione, rendendo ancor più urgente un’azione di sistema.

In particolare, dal Governo ci si aspetta un intervento che sia in grado di tutelare e supportare l’industria nel percorso verso la carbon neutrality, ma anche nell’affrontare l’attuale crisi energetica. Le misure recentemente varate dal Governo per fronteggiare il caro energia rappresentano un primo passo, ma non sono sufficienti. Serve un approccio meno emergenziale e l’introduzione di misure strutturali.

Per quanto riguarda le misure sull’energia elettrica, ad esempio, è necessaria una focalizzazione sulle imprese maggiormente energivore. Una distribuzione degli aiuti che non sia modulata sull’intensità energetica non sarebbe infatti sufficiente per scongiurare il rischio chiusura.

Ci sono poi da sciogliere nodi urgenti quali la compensazione dei costi indiretti della CO2, la tutela al settore nei confronti delle importazioni extra-EU e il sostegno alla politica di decarbonizzazione nella quale il settore sta già investendo risorse e impegno.

 

I CSS, da scarto a risorsa produttiva

Andrea Dari

Nel nord Italia una delle risorse più interessanti utilizzate nei termovalorizzatori sono i cosiddetti CSS, che sono ricavati unicamente da rifiuti non pericolosi e non più economicamente riciclabili, ottenuti da rifiuti urbani a valle della raccolta differenziata.

I potenziali benefici ambientali ed economici conseguenti al loro utilizzo sono la riduzione dei rifiuti non riciclabili attualmente inviati in discarica, dando così un aiuto concreto al problema della saturazione delle discariche sul territorio italiano, la riduzione delle emissione complessive di CO2 in atmosfera, conseguente all’utilizzo di materiali con un significativo contenuto di biomassa (dal 20% al 60% in funzione del rifiuto di partenza), la riduzione della dipendenza da fonti fossili. Si tratta di una soluzione che potrebbe essere utilizzata anche nella produzione del cemento? I vantaggi ambientali sarebbero gli stessi e così le assicurazioni sul trattamento dei fumi? Quanto potrebbe incidere oggi per risolvere il problema dei costi dell’energia? 

 

Roberto Callieri

L’uso dei combustibili alternativi in cementeria non è solo una possibilità, è un’opportunità per l’ambiente, la collettività e l’indipendenza energetica del Paese. Si tratta, infatti, di una delle leve individuate dalla strategia di decarbonizzazione del settore. È immediatamente applicabile e può portare una riduzione delle emissioni di CO2 del 12%.

La produzione di cemento risponde alle esigenze della collettività e per questo è fondamentale. Con l’utilizzo dei combustibili alternativi le cementerie diventano anche un luogo di valorizzazione del rifiuto, in sostituzione delle risorse fossili che sarebbero in ogni caso necessarie.

I combustibili di recupero, come i CSS (Combustibili Solidi Secondari), derivano dai rifiuti non riciclabili né riutilizzabili in nessun modo, che vengono così sottratti al conferimento in discarica, all’incenerimento o all’export verso altri Paesi. Quello che sarebbe stato uno scarto viene trasformato in risorsa produttiva, alleggerendo la tariffa rifiuti a carico dei cittadini. Si riduce anche il rischio di sanzioni a carico dell’Italia per la mancata chiusura delle discariche o per il mancato raggiungimento dell’obiettivo europeo sul conferimento in discarica dei rifiuti urbani (riduzione al 10% entro il 2035).

 

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Limitare l’utilizzo di pet-coke, il combustibile di derivazione petrolifera utilizzato nella produzione di cemento, significa anche diminuire l’impatto del trasporto. Il pet-coke viene importato principalmente dal Golfo del Messico.

I combustibili alternativi sono ampiamente utilizzati in Europa, proprio perché sicuri, convenienti e vantaggiosi anche in termini ambientali. In Italia siamo ancora indietro a causa della diffidenza e di una non sempre giustificata complessità degli iter autorizzativi. I Paesi europei più avanzati arrivano anche all’80%, mentre in Italia la sostituzione dei prodotti petroliferi tramite CSS è limitata a circa il 21%.

Le emissioni dell’impianto produttivo restano inalterate o vengono migliorate (così come è inalterata la qualità del prodotto). In aggiunta, diminuiscono le emissioni prodotte dall’incenerimento e dalla degradazione della componente organica in discarica, perché si riduce la quantità di rifiuti destinata a queste forme di smaltimento. Secondo una stima elaborata dal Laboratorio REF Ricerche, un tasso di sostituzione del 66% in Italia porterebbe al taglio di 6,8 milioni di tonnellate di CO2 emesse in atmosfera, grazie al mancato conferimento in discarica che verrebbe sostituito dalla valorizzazione energetica in cementeria.

Oggi i combustibili alternativi assumono un ruolo ancor più strategico, alla luce della crisi energetica. Il settore consuma 1,1 milioni di tonnellate di pet-coke all’anno a un costo medio di 150€/t. La spesa totale è di 165 milioni di €. Ipotizzando un utilizzo di combustibili alternativi con un tasso di sostituzione dell’80%, così come abbiamo immaginato nella strategia di decarbonizzazione del settore, risparmieremmo 130 milioni di €, corrispondenti al 7% del fatturato.

 

Andrea Dari

Questo problema dell’energia arriva in un momento molto complesso, in cui tutta l’industria, compresa quella delle costruzioni, è impegnata con grandissima attenzione e con un importante sforzo economico: quello della sostenibilità e della lotta ai cambiamenti climatici. C’è il rischio che in mancanza di provvedimenti adeguati si possa arrivare a un rallentamento del processo di sostenibilità intrapreso e, addirittura, alla chiusura dell’unità produttive sul nostro territorio?

 

Roberto Callieri

La perdita di competitività dell’industria nazionale significherebbe legare l’approvvigionamento alle importazioni. Dal punto di vista ambientale significherebbe “delocalizzare” le emissioni in Paesi che non sono soggetti a normative così puntuali come quelle europee, con un impatto globale maggiore. A peggiorare la situazione contribuirebbero, inoltre, le più ampie distanze di trasporto.

La chiusura di attività produttive sul territorio italiano è un rischio concreto, legato all’aumento delle importazioni e non solo per l’industria del cemento. È sempre più urgente un intervento delle istituzioni, con misure strutturali, adeguate e soprattutto tempestive, in grado di porre un freno all’aumento dei costi di produzione.

 

Andrea Dari

A livello comunitario si sta lavorando per instaurare una carbon tax, ovvero una tassa su questi prodotti di particolare peso in ambito ambientale prodotti in Paesi in cui non vi sia il rispetto del regolamento sul Clima lanciato nel 2015 a Parigi. Pensa che sia una soluzione che potrà dare un supporto al mantenimento dell’industria del cemento in Europa?

 

Roberto Callieri

L’introduzione immediata del meccanismo di adeguamento CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) è una delle proposte che il settore ha espresso in più occasioni.

È fondamentale proteggere la competitività dell’industria nazionale del cemento dalle importazioni da Paesi extra-UE, ma se il CBAM non sarà introdotto subito e con dimensioni adeguate, c’è il rischio di arrivare tardi.

Oltre alle conseguenze sul clima, l’aumento delle importazioni può avere un impatto negativo sull’intero sistema economico. Ne deriverebbe un’instabilità di flussi e livelli di costo che metterebbero in difficoltà la filiera delle costruzioni, rallentando i cantieri in una fase positiva in cui le costruzioni stanno trainando un’importante ripresa economica.

Si perderebbe infine la garanzia sulla qualità dei materiali, i cui controlli sarebbero in parte demandati ai Paesi importatori, con possibili ricadute sulla sicurezza delle opere. Tutto questo desta grande preoccupazione, soprattutto nel contesto di emergenza infrastrutturale che necessita di un materiale affidabile per consegnare al Paese opere sicure e sostenibili.

 

Una eventuale delocalizzazione dell'industria del cemento sarebbe una scelta senza ritorno

Andrea Dari

Presidente, lei proviene da una lunga esperienza internazionale nell’ambito della produzione del cemento, e lavora in un primario gruppo che opera praticamente ovunque nel mondo. Ha frequentato l’importante Harvard Business School di Boston. Ha avuto la possibilità di lavorare con una figura di grandissimo rilievo come Giampiero Pesenti. E infine, è italiano, viene quindi da una delle migliori scuole di questa industria a livello globale.

La domanda è diretta: rischiamo davvero, se non si inverte la rotta, di ritrovarci a dipendere completamente dalle forniture di cemento da altri paesi? Cosa ci manca per poter rimanere un paese industriale come le nostre origini ci hanno portato ad essere? 

 

Roberto Callieri

La possibilità di trasportare il cemento via mare e la conformazione geografica del nostro Paese rendono la situazione ancor più critica rispetto al resto dell’Europa.

I Paesi extra-europei che si affacciano sul Mediterraneo hanno, inoltre, una capacità produttiva in esubero e una struttura di costo più competitiva (-25% rispetto al prezzo medio nazionale secondo le rilevazioni ISTAT).

Una situazione simile si è già verificata negli ultimi anni. L’aumento del costo dei diritti di emissione ha generato un extra profitto per l’importazione da Paesi non aderenti all’Unione Europea e quindi non sottoposti al sistema ETS. È ragionevole immaginare un peggioramento della situazione a seguito del caro energia e degli sforzi che l’industria dovrà sostenere per la decarbonizzazione.

Quello che deve preoccupare maggiormente è che una eventuale delocalizzazione dell’industria del cemento sarà senza ritorno. Parliamo di un’industria pesante, il cui avviamento comporta grossi investimenti. Andare all’estero o chiudere un impianto significa quindi privare in maniera permanente il Paese di un comparto fondamentale per infrastrutture e costruzioni a km0, sostenibili, sicure e fortemente innovative. Il rischio è dunque concreto e si manifesta in un momento storico che vede il cemento indispensabile per la ripartenza, considerando l’abbondanza di risorse (in particolare quelle offerte dal PNRR) e di progetti infrastrutturali avviati o pronti a partire.

In questo momento l’industria del cemento e, più in generale, la manifattura italiana ha bisogno di essere tutelata e supportata.